In che modo l’architettura dell’informazione concorre a creare l’identità di uno spazio fisico o digitale, a generare significato e plasmare l’esperienza che ne facciamo? La storia del Vietnam Veterans Memorial è in questo senso emblematica.

Il Vietnam Veterans Memorial

Il Vietnam Veterans Memorial è un complesso monumentale costruito per celebrare la memoria dei soldati americani morti nella guerra del Vietnam. Sorge a Washington, nei giardini del National Mall, a poca distanza dal Lincoln Memorial.

Il fulcro del complesso è il Vietnam Veterans Memorial Wall, un muro di granito nero disposto a V, su cui sono incisi i nomi di più di 58mila soldati caduti in Vietnam. Il progetto è dell’architetto Maya Lin, vincitrice del concorso per il memoriale a soli 21 anni, quando ancora frequentava l’università. Il muro progettato da Maya Lin è concepito come un taglio, una ferita nella terra, a evocare il dolore causato dalla guerra.

L’organizzazione dei nomi

L’ordinamento dei nomi sulla superficie del muro è stato oggetto di un acceso dibattito. La proposta iniziale, sostenuta da più parti, era quella di elencare i nomi alfabeticamente: l’ordine alfabetico avrebbe aiutato a localizzare facilmente il nome di una persona. In effetti questa è la soluzione più ovvia che verrebbe in mente. Ma questa soluzione andava incontro a due problemi: l’omonimia e, soprattutto, il significato del memoriale stesso.

La lista dei caduti conta infatti 600 “Smiths” e 16 “James Jones”. L’organizzazione alfabetica avrebbe reso il Vietnam Veterans Memorial Wall un elenco telefonico scolpito nel granito, distruggendo così l’unicità della perdita che ogni nome porta con sé. E più in generale, avrebbe depotenziato l’impatto emotivo del monumento: in una parola, la sua esperienza.

Un’organizzazione dei nomi per grado militare sarebbe stata anche peggiore, perché avrebbe creato una gerarchia fra i nomi stessi.

L’organizzazione dei nomi come sensemaking

Fin dall’inizio Maya Lin – l’architetto progettista del muro – si è battuta per ordinare i nomi in base alla data della morte. Dopo una lunga discussione, questo è il criterio che alla fine ha prevalso. (Tuttavia, per soddisfare anche la ricerca alfabetica, alle due estremità del muro è stato collocato un elenco alfabetico, che per ogni nome indica la relativa posizione nel muro).

Una soluzione apparentemente controintuitiva, ma molto più aderente al significato dell’opera. Il criterio cronologico preserva infatti l’unicità della persona e della perdita. Nello stesso tempo crea una relazione significativa fra i nomi stessi (persone morte nello stesso anno, spesso combattendo una accanto all’atra), e fra i nomi e la storia. Mostra inoltre come il bilancio delle vittime sia salito in modo considerevole col protrarsi della guerra.

Il Vietnam Veterans Memorial Wall è composto infatti da due lastre triangolari di granito che si congiungono nel punto di massima altezza formando un angolo di 125 gradi, conferendo al muro la caratteristica struttura a V. Il design e il layout del muro sono descritti minuziosamente nel sito del Vietnam Veterans Memorial Fund. L’altezza variabile del muro rende immediatamente percepibile l’incremento del numero dei morti con il prolungarsi del conflitto, con un picco negli anni centrali della guerra, e una progressiva decrescita negli ultimi anni.

Queste scelte si sono rivelate vincenti. Dopo le polemiche iniziali, il Vietnam Veterans Memorial è diventato il monumento più visitato di Washington. Nel 2007, l’American Institute of Architects ha classificato il memoriale al decimo posto della America’s Favorite Architecture.

Vietnam Veterans Memorial
Vietnam Veterans Memorial (crediti: National Park System, U.S. Department of the Interior).

Architettura dell’informazione, sensemaking, esperienza

Nessuna organizzazione dell’informazione è neutra. Organizzare in un certo modo uno spazio informativo significa dare forma a quello spazio, attribuirgli un’identità e un senso. Significa modellare l’esperienza di chi abita o attraversa quello spazio.

In questo senso ogni architettura dell’informazione crea una visione del mondo, influenza la nostra percezione della realtà, e plasma inevitabilmente la nostra esperienza. Genera significato – sensemaking.

Placemaking

Strettamente correlato a quello di sensemaking, è il concetto di placemaking. Potremmo considerarlo quasi un sinonimo, o una particolare declinazione del sensemaking nell’ambito dei luoghi – dove per luogo si intende qualunque spazio abitato, fisico o digitale che sia. Il concetto di placemaking è mutuato dall’architettura e dalla psicologia ambientale. In che senso l’architettura, e anche quel particolare tipo di architettura che è l’architettura dell’informazione, “costruisce luoghi”, ne plasma l’identità e il senso?

La chiave è nella differenza fra spazio e luogo. Anche se li usiamo spesso come sinonimi, spazio e luogo non sono la stessa cosa. Lo spazio è la base materiale della nostra esperienza, del nostro esserci e abitare: è un’entità oggettiva, impersonale, indifferenziata. Il luogo è invece il risultato della nostra esperienza di uno spazio, del nostro abitarvi; va oltre lo spazio fisico, include ricordi, esperienze, comportamenti: è personale, soggettivo, comunitario.

Nel caso specifico dell’architettura dell’informazione, il placemaking è “la capacità di un particolare modello di organizzazione dell’informazione di ridurre il disorientamento, costruire un senso del luogo, aumentare la leggibilità e il wayfinding negli ambienti digitali, fisici e cross-canali” (Resmini & Rosati, Pervasive Information Architecture).

Per approfondire

Al tema dell’architettura dell’informazione come sensemaking è dedicato il mio libro Sense-making. Organizzare il mare dell’informazione e creare valore con le persone.

Sul placemaking, la bibliografia è vastissima. Un’ottima introduzione sono i libri: Spaces of Interaction, Places for Experience, di David Banyon; Architetture digitali dell’uomo di Roberto Maggi.

L’information design del Vietnam Veterans Memorial è analizzato da Edward Tufte nel libro Envisioning Information, e da Tony Pritchard nell’articolo Methods of organising information.