Conosci l’hotel Abisso?

Per i frequentatori della filosofia è facile rispondere, per gli altri un po’ meno ma tutti – prima o poi – siamo chiamati a fare i conti con il pessimismo e l’opacità della visione.

La suggestione dell’Hotel l’ho recuperata da una provocazione letteraria di György Lukács: “una parte considerevole della migliore intellighenzia tedesca, fra cui lo stesso Adorno, ha preso alloggio (…) presso il ‘Grand Hotel dell’Abisso’, un ‘bell’Hotel, fornito di ogni comfort, sull’orlo dell’abisso, del nulla e dell’insensato. E la visione giornaliera dell’abisso, tra produzioni artistiche e pasti goduti negli agi, può solo accrescere la gioia procurata da questo raffinato comfort”. *

Persino per il ventennale della morte di Adorno, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici organizzò una fotografica a Palazzo Serra di Cassano utilizzando, come titolo proprio il motto di Lukacs.

Il suo spunto polemico è dotto, efficace, sintetico: forse è il primo espediente utilizzato per apostrofare una corrente di pensiero, quella degli apocalittici francofortesi.

Il tema, dunque, è il pessimismo, l’appetito nichilista, la pratica della disperazione creata ad arte.

Nell’informazione e nella comunicazione talvolta si incappa in tecniche deepfake che trasformano la realtà in fiction e revenge porn; c’è troppo bookbullismo, troppi falsetti, troppe funzioni bucoliche nella comunicazione pubblica.

Troppo anche per gli apocalittici, quelli blasonati e seri, di cui si occupò Lukacs.

Ad ogni buon conto, per dirla con Foucault «croyez-moi, la déraison es tout aussi oppressive».

Usciremo dal Covid prima o poi e l’atteggiamento che tornerà utile (lo dico ora per allora) sarà proprio l’ottimismo, necessaria medicina per ricostruire.

Vorrei trovarmi altrove rispetto a chi si crogiola in atteggiamenti acrimoniosi, chi gode del feticismo pessimista, chi lagna in continuazione da petulante manierista.
Ciò non significa abbandonarsi al positivismo ingenuo. Anzi, ciò che raccomando (anche) alla mia scrittura è persino un sano senso del dramma.

Preciso meglio il contorcimento: serve una narrazione con personaggi conflittuali, ritratti in situazioni di conflitto.

O detto meglio e in modo franco: vorrei lavorare per una comunicazione che scavi nei personaggi, che sappia ricondurre alla razionalità attraverso i rituali, la descrizione dei dolori, le scelte, i destini (che sono gli elementi costitutivi del dramma).

Una comunicazione che superi gli eccessi della banalità, che non si concentri sulle colpe. Che proponga guarigioni efficaci e ci allontani dai comportamenti irrazionali.

In questo, la comunicazione intesa come pubblico servizio ha un senso liturgico di processo espiativo che può condurre al famigerato bivio, dove la via d’uscita non deve essere mai banale e istintuale, dove è possibile determinarsi in scelte misurabili.
Nel dramma, fatalismo e passività non vi trovano posto.

Ecco, l’ho detto.

Vorrei (dovrei) salvaguardare l’insuperabile profilo fattuale della realtà e della libertà della persona come unici baluardi incomprimibili perché nel mezzo c’è la storia con le sue complicate – ma fondamentali – contraddizioni.

Lo ripeto: serve una visione drammatica della realtà (non il banale pessimismo fine a se stesso), che sveli il senso ultimo delle relazioni e restituisca il gioco dei ruoli.

Si deve cambiare e in fretta per evitare che il comunicatore nostrano si trasformi in un addetto al necrologio.

Il dramma, non il pessimismo.

La passione per le contraddizioni, non l’omologazione viscida.

L’etimo irriducibile, non la damnatio memoriae.

Dunque, nessun Hotel Abisso, almeno per noi.

«La tragedia attraverso la pietà e il terrore produce la purificazione (catarsi) da simili emozioni» Aristotele, Poetica 1449b.

Grand Hotel „Abgrund”, Világosság, no.8/9, 1977, p.572-79; trad. it. in La responsabilità sociale del filosofo, a c. di V. Franco, Pacini Fazzi, Lucca 1989