Il termine appaesement (sost. ingl. ëpìi∫mënt, pacificazione, sinonimo di “accomodamento”) definisce un accordo ottenuto “a qualunque costo”, ovvero a prezzo di gravi concessioni. Non a caso, in quest’accezione del termine, affonda le sue radici nel periodo nero del nazional-socialismo tedesco: indica la politica adottata dal Regno Unito negli anni ‘30 del secolo scorso, avente lo scopo di tentare di placare le mire espansionistiche di Hitler e conseguentemente scongiurare un intervento militare contro la Germania. Strategia che si rivelò del tutto inutile: ma – si sa – la storia insegna poco, specie alle aziende della Silicon Valley. Comunque, mai definizione fu più adatta a definire le politiche del colosso di Menlo Park verso il regime comunista e totalitarista di Pechino.

Andiamo con ordine, e inquadriamo il contesto, prendendo spunto da un magistrale articolo di John Lanchester dal titolo Document Number Nine, pubblicato sulla London Review of Books.

Il noto giornalista e scrittore britannico ci spiega come la Repubblica Popolare Cinese, che ha compiuto 70 anni lo scorso mese di ottobre, sia un sistema con peculiarità per certi versi uniche: è il mercato per i beni di lusso più grande del mondo, al secondo posto per numero di miliardari, con la classe media più consumistica del pianeta, e nel contempo ha statistiche sulla diseguaglianza peggiori dei tanto criticati Stati Uniti. Per contro, mentre in tutto il mondo occidentale i tassi di crescita sono stati inesistenti o bassi, la Cina nell’ultimo decennio ha continuato a incrementare il proprio PIL di oltre il 6% all’anno. Qual è quindi il prezzo della prosperità?

Non è solo il controllo militare e statale sulle aziende a destare preoccupazioni. Il soffocante governo di Pechino, ad esempio, al concetto di internet come “dono di Dio alla democrazia” (parole di Liu Xiaobo, non a caso primo Premio Nobel a morire in carcere , in Cina, dopo Ossietzky nella Germania nazista), preferisce il concetto di “sovranità cibernetica”, ed esercita quindi una soffocante supervisione sul web, tramite plateali strumenti di censura, che il regime – eufemisticamente – definisce “armonizzazioni”.

Purificare l’ambiente su internet

Nel 2013 venne alla luce – grazie al giornalista Gao Yu, sollecitamente condannato niente meno che a 7 anni di carcere – un inquietante documento a firma dei vertici del Partito Comunista Cinese dal titolo “Comunicato sullo stato attuale della sfera ideologica”, noto anche come Documento numero nove (di qui il titolo del pezzo di Lanchester). Il paper metteva in guardia sulle false tendenze ideologiche occidentali, come ad esempio “promuovere la democrazia costituzionale, promuovere i valori universali, promuovere la società civile, promuovere un’idea di giornalismo in contrasto con la disciplina del Partito, o mettere in discussione la natura del socialismo con caratteristiche cinesi”. Il documento nelle sue conclusioni sottolineava inoltre “la necessità di rafforzare coscienziosamente la gestione del campo di battaglia ideologico, tramite il controllo dell’opinione pubblica e la purificazione dell’ambiente su internet”.

L’intenzione di ribaltare la funzione di internet quale strumento di interconnessione, apertura e libero flusso di informazioni, è quindi chiara. Come attuarla? Con il più poderoso sistema di controllo e censura digitale – o meglio, di “armonizzazione” – mai concepito dall’Uomo.

La Cina è approdata su internet con forte ritardo rispetto al resto dell’occidente, ma ha rapidamente recuperato terreno: a metà anni ’80 del secolo scorso al web erano connessi in Cina 1.500 accademici, oggi sono online oltre 850 milioni di cinesi, la maggior parte tramite Smartphone.

I più importanti siti d’informazione esteri però sono censurati e inaccessibili, dal New York Times alla BBC, passando per Google e Twitter, e – ovviamente, perlomeno ora – Facebook.

Gli account politicamente più critici presenti su Weiboo – la piattaforma di messaggistica che i cinesi utilizzano per connettersi, comunicare e pubblicare le proprie foto – già anni fa sono stati “armonizzati” (leggasi: bloccati e cancellati) da un giorno all’altro.

I titolari degli account più popolari sui Social network cinesi, con il maggior seguito in termini di follower, sono stati convocati dalla neo-costituita Amministrazione Cinese del Cyberspazio, controllata ovviamente dal Partito Comunista, che ha ricordato ai suddetti “la loro responsabilità sociale nei confronti dell’interesse dello Stato e dei valori del socialismo”. Il noto attivista di Weiboo Charles Xue, inizialmente forse non abbastanza convinto dalla richiesta del Partito, ha rilasciato due settimane dopo un’intervista alla TV di Stato, piangendo e scusandosi, dalla sua nuova residenza: una cella di prigione.

Inoltre, chiunque diffonda una notizia in grado di “turbare l’ordine sociale” (qualora cosa ciò possa voler dire…) che venga condivisa online più di 500 volte, rischia fino a 3 anni di carcere.

I manovali dell’armonizzazione

Oltre al vero e proprio firewall – il muro della censura elettronica che blocca l’accesso non solo ai siti stranieri, ma perfino a tutti i singoli thread riguardanti argomenti “sensibili” sui siti autorizzati – anche la propaganda interna è molto attiva: si tratta del Wumao, il cosiddetto “esercito del 50 centesimi”, ovvero blogger e troll coinvolti a pagamento (50 centesimi per ogni post, appunto) per “cambiare discorso” ogni qual volta una conversazione online prende una deriva critica verso il regime, e per pubblicare nuovi contenuti “innocui”. Uno studio accademico ha dimostrato la pubblicazione di quasi 500 milioni di post falsi in un anno. Il reporter James Griffiths, autore del libro The Great Firewall of China, ha dichiarato a riguardo:

“Questi troll non scendono in campo per difendere il Governo dalle critiche: la maggior parte dei loro post riguarda argomenti positivi e condivisi. Si rileva inoltre un elevato livello di coordinamento dei tempi e dei contenuti di questi post: una teoria coerente con questi modelli di comportamento è quella che evidenzia come l’obiettivo strategico del regime sia quello di distrarre e spostare l’attenzione pubblica da eventi e discussioni che potrebbero stimolare un’azione collettiva”

Un altro sistema di concreto controllo è costituito dalla App WeChat, simile alla nostra WhatsApp, ma che i cinesi utilizzano anche per moltissimi pagamenti online: operazioni bancarie, taxi, film, consegna di cibo a casa, e via discorrendo. Pagamenti ovviamente meticolosamente tracciati e all’occorrenza monitorati dal governo Cinese, che ha accesso a qualunque transazione di privati, dagli acquisti di beni e servizi alle cartelle cliniche, dall’accumulo di punti fedeltà del supermercato ai biglietti aerei e del treno, dalle coordinate di movimento (tramite il GPS dei cellulari) alla frequentazione di edifici di culto, e via discorrendo.

Skynet: non è fantascienza

Sempre nel precitato documento de partito si scrive: “Le tecnologie d’intelligenza artificiale permettono di prevedere e segnalare in modo puntuale, preventivo e tempestivo ogni situazione sociale rilevante: tutto questo accrescerà in modo significativo la capacità di controllo sociale, così da garantire la stabilità”. Che i vertici del Partito Comunista credano veramente nel valore della stabilità, sul cui altare immolare quello della libertà personale, o che tutta questa retorica sia finalizzata solo a giustificare quello che appare come un sofisticato sistema repressivo del dissenso, resta un mistero a oggi insondabile.

Un’applicazione già realizzata di intelligenza artificiale finalizzata al controllo sociale è quello del riconoscimento facciale, utile per facilitare il check-in negli aeroporti, ma anche, bizzarramente, per reprimere l’uso eccessivo di carta igienica nei bagni di alcuni siti monumentali (una telecamera identifica il cittadino e rilascia massimo 60 cm. di carta a persona), o, più preoccupante, per individuare e segnalare gli alunni “annoiati e distratti a scuola”: il sistema capillare di telecamere sparse per tutto il Paese, ci ricorda Lanchester, permette di identificare uno qualunque del miliardo e mezzo di cittadini cinesi in circa un secondo. La rete si chiama, con un richiamo abbastanza inquietante, Skynet, come il malefico sistema informatico del film apocalittico Terminator.

Punta di diamante di questo complesso sistema è il noto Social Credit, un apparato di controllo digitale basato sull’accumulo e la detrazione di punti (i “punti fragola” della censura governativa Cinese) levati dal “conto” della persona sulla base del rispetto o meno di comportamenti “socialmente appropriati”, ovviamente nel rispetto di una definizione e classificazione stabilita dal Partito Comunista Cinese, fino a interdire la possibilità di spostamento in treno o aereo in caso di punteggi bassi nel proprio social account. Il sistema è entrato in funzione, sperimentalmente, proprio quest’anno, e lo scopo dichiarato è quello di “interiorizzare il senso dello Stato, mettendolo in pratica attraverso auto-censura e auto-supervisione”.

Business is business?

A fronte di questo scenario inquietante e surreale, più degno di una fiction basata sul romanzo 1984 di George Orwell che non sulla realtà contemporanea, Facebook tenta in ogni modo di promuovere le sue sciatte politiche di appaesement, nel maldestro tentativo di blandire il gigante cinese: Mark Zurkerberg ha annunciato in modo plateale di stare studiando il Mandarino, ha chiesto al Presidente cinese Xi-Jinping di scegliere il nome di sua figlia (il Presidente peraltro ha rifiutato), si è fatto fotografare mentre faceva jogging immerso nello smog tossico di Pechino, tiene – segnala Lanchester – “una copia del noiosissimo volume ‘Governare la Cina’ di Xi-Jinping sulla scrivania ogni qual volta riceve in azienda una delegazione di giornalisti cinesi”, e pare che – ancora non contento della sfacciata quanto ridicola piaggeria – ne abbia anche regalate delle copie ai suoi colleghi a Menlo Park, con lo scopo di far loro meglio comprendere “il socialismo con caratteristiche cinesi”.

E noi, in definitiva, sopravviviamo stretti tra il modello occidentale centrato sull’accumulo e sfruttamento di dati personali e individuali da parte di grandi corporations americane, a scopo di marketing e di profitto, e il modello cinese, un rigido regime tecno-totalitario che basa il suo potere sulla sorveglianza e il controllo, mentre l’Europa – politicamente debole, miope, e frammentata tra decine di singoli interessi nazionali spesso divergenti – annaspando tra una GDPR e un nuovo ambizioso programma di finanziamento per il supercalcolo, l’intelligenza artificiale, la cibersicurezza e le competenze digitali avanzate, si interroga su una possibile terza via, che ponga al centro il rispetto dei diritti dei cittadini.

Prima che sia troppo tardi.