Una Magna Carta per l’era digitale

Una Magna Carta per l'era digitale

Nel 1215 l’Inghilterra adottò la Magna Carta, per impedire ai monarchi di abusare del loro potere. I monarchi di oggi sono le grandi aziende tecnologiche, e noi, le persone i cui dati personali vengono raccolti e manipolati per scopi sia buoni che cattivi, siamo i loro sudditi.

I benefici sono tanti, ma anche gli abusi. Ora, come allora, abbiamo bisogno di uno statuto che regoli questi nuovi poteri costituiti.

La rivoluzione digitale è la forza dinamica più importante del mondo odierno e influenza ogni cosa, dall’intimità della vita quotidiana fino ai conflitti geopolitici. Il mondo è diventato uno solo, come mai prima d’ora. Al tempo stesso, però, si sta spaccando e dividendo. L’intelligenza artificiale e la Rete sono le forze gemelle che sospingono questi cambiamenti.

L’evoluzione dell’intelligenza artificiale è passata attraverso due fasi distinte, e ora sta entrando in una terza. La prima fase, che si può far partire dai rivoluzionari sforzi di calcolo di Alan Turing durante la seconda guerra mondiale, è stata dominata dallo Stato e dal settore pubblico, con un contributo ad ampio raggio del mondo accademico. La seconda fase è rappresentata dall’emersione della Silicon Valley dopo il tracollo del blocco sovietico nel 1989, un periodo in cui le forze del mercato vennero lasciate agire indisturbate in tutto il mondo. La terza fase, in cui stiamo entrando adesso, dovrà per forza di cose tornare a coinvolgere lo Stato, e più in generale l’ambito pubblico.

Per un certo periodo gli sconvolgimenti positivi delle tecnologie digitali (dall’incremento della connettività fra persone che la pensano allo stesso modo o studiosi di Paesi diversi all’analisi del codice genetico attraverso i big data o alla convenienza dello shopping online) sono stati al centro della scena. Ma gli sconvolgimenti negativi si sono dimostrati profondi: includono minacce al tessuto stesso della democrazia, perché sono emersi movimenti online che sfidano, o addirittura rimpiazzano, i grandi partiti politici. Tutto questo sta avvenendo nel momento in cui si profilano ulteriori sconvolgimenti legati ai progressi dell’intelligenza artificiale, con avanzamenti potenzialmente spettacolari della capacità di apprendimento delle macchine.

Ho riflettuto su queste trasformazioni negli ultimi mesi, nella mia veste di membro della Commissione speciale sull’intelligenza artificiale della Camera dei Lord del Regno Unito. I governi e gli altri organismi pubblici in questo momento devono far fronte a due compiti sovrapposti. Dobbiamo cercare di mettere riparo agli errori del passato. Ma allo stesso tempo dobbiamo garantire che la nuova ondata di innovazione trainata dall’intelligenza artificiale sia gestita in modo più propositivo, invece di lasciare che irrompa incontrollata nelle nostre esistenze. Nel nostro rapporto “AI in the Uk: ready, willing and able?“, la Commissione propone una serie di riforme ad ampio raggio che si richiamano, e attingono, a provvedimenti legislativi all’avanguardia già adottati dalla Ue e da alcuni governi nazionali.

Abbiamo tracciato i contorni di uno statuto generale per l’intelligenza artificiale, che faccia da quadro di riferimenti per gli interventi pratici del governo e di altri organismi pubblici. Gli elementi principali sono: l’intelligenza artificiale dev’essere sviluppata per il bene comune; deve operare sulla base di principi di intelligibilità ed equità; deve rispettare il diritto alla riservatezza; deve fondarsi su cambiamenti di vasta portata del sistema di istruzione; non deve ricevere mai il potere autonomo di danneggiare, distruggere o ingannare gli esseri umani.

Questi principi formano la base di un codice dell’intelligenza artificiale da sviluppare a livello nazionale e internazionale. La Commissione chiede un intervento radicale per contribuire a smantellare il monopolio dei dati da parte delle grandi corporation digitali.

Suggeriamo tutta una serie di politiche su come raggiungere questi obiettivi in modo pratico e gestibile. Per esempio, il governo britannico ha già accettato il principio che bisogna istituire dei “fondi fiduciari”, per una condivisione etica dei dati. Una questione fondamentale, a questo riguardo, è come ristrutturare il Sistema sanitario nazionale. La riservatezza dei pazienti dev’essere conciliata con l’uso dei dati a scopi di ricerca e lo scambio di dati fra medici specialisti. È importante in particolare, a nostro parere, che questi “fondi fiduciari di dati” prevedano una rappresentanza e una consultazione diretta dei cittadini. Quantomeno all’interno del Regno Unito, questi principi e queste proposte dovrebbero assicurare un sostegno largo.

Abbiamo affrontato anche i problemi di ordine geopolitico, dove la regolamentazione interna si interseca con le prassi adottate da altre nazioni. Le fake news non sono solo un problema strutturale profondo dell’era digitale, ma vengono usate direttamente come arma dalla Russia e da altri Paesi.

La Cina possiede il più potente schieramento di supercomputer a livello mondiale e si avvia ad assumere un ruolo guida nell’ulteriore sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Forgiare accordi internazionali sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale è un’impresa di estrema difficoltà, probabilmente, ma anche di primaria importanza. Il rapporto della Commissione si conclude con la proposta di organizzare urgentemente un vertice mondiale di leader politici per elaborare un quadro comune per lo sviluppo etico dell’intelligenza artificiale in tutto il mondo. I vantaggi della rivoluzione digitale sono enormi e hanno trasformato in modo irreversibile le nostre vite, e sotto molti aspetti le hanno trasformate in meglio. Come nelle precedenti rivoluzioni tecnologiche, le società devono trovare un modo per raccogliere i benefici dell’innovazione e al tempo stesso tenere sotto controllo i problemi e i rischi. Uno statuto che protegga i diritti e le libertà dei cittadini — una Magna Carta per l’era digitale — è il punto da cui partire.