Le bolle informative nell’oceano digitale

Ho affrontato il tema assai attuale delle fake news in un recente articolo per addetti ai lavori, Le fake news non sono la malattia del XXI secolo, pubblicato sul mio blog, concludendo che la disinformazione non è “il problema del XXI secolo”, bensì è solo il sintomo di un malessere assai più profondo, che affonda le radici nell’ormai cronica mancanza di fiducia dei cittadini verso i mass-media tradizionali e – in senso più esteso – verso le istituzioni in generale.

Andiamo con ordine, ripercorrendo il senso di una conversazione che ho avuto ieri con l’amico e collega giornalista Luca Yuri Toselli.

Velocità e modalità della comunicazione contemporanea

Vorrei brevemente riflettere sulle forti correlazioni tra velocità e modalità della comunicazione contemporanea, e in particolare sulle bolle informative annegate nell’oceano digitale della post-verità, sommerse dalle onde dell’analfabetismo di ritorno, che lambiscono le spiagge dell’informazione alla quale tutti noi quotidianamente attingiamo attraverso i nostri device.

Torniamo per un istante ai bei tempi che furono. In Liguria, il Signor Crotti ti affittava la casa al mare, e, se glielo chiedevi, ti calava dal terzo piano, con una cordicella, un cestello di vimini con 25 gettoni del telefono, per il controvalore di 5.000 lire. Andavi in cabina e provavi a chiamare tuo papà; se era in casa tutto ok, parlavi da Diano Marina a Torino, sennò dovevi riprovare 24 ore dopo.

Ancor prima c’era la lettera scritta su carta spessa, pergamena prima e canapa poi. La spedivi, quando trovavi il tizio sul cavallo che andava nelle Marche, e gli chiedevi se magari poteva fare una deviazione fino a Recanati, e Leopardi riceveva la tua lettera, che forse aspettava con ansia, e poi la rileggeva ancora, e ancora, e rifletteva, e dopo qualche settimana rispondeva, e dopo due mesi sapevi com’era finita la storia. Ma andava bene così, era quello l’unico mezzo, non desideravi altro, l’attesa faceva parte del gioco. Era il 1820.

Oggi, c’è la doppia spunta su WhatsApp. Se vedi che lei/lui ha letto dopo due o tre secondi, ma non ti risponde entro un paio di minuti, scatta il dramma, quasi la depressione, e giù di cortisolo, l’ormone dello stress.

È questa, appunto, la tribù di WhatsApp, che a scuola non si pone domande perché ha già tutte le risposte. Impara delle date, in base ai “programmi ministeriali”, vittorie, sconfitte, formule, elenchi… deve saper ripetere, non deve imparare a costruire il futuro. Soprattutto, non è stimolata a contestualizzare, a chiedersi com’era quel mondo di Leopardi, o il mondo di Seneca, o quello di Lorenzo il Magnifico. Quei mondi per loro non esistono, semplicemente: cosa esiste sulla traccia temporale prima di me?… Nulla, ovvio. Per chi è nato dopo il 2004 – e oggi inizia il Liceo – non è mai esistito un mondo senza Facebook. Il mondo è Facebook, perché Facebook è sempre esistito.

Il sub-pianeta Facebook

Facebook è un sub-pianeta, un pianeta più piccolo della Terra – ha solo 2 miliardi di abitanti, non 7 miliardi, e poi non emette passaporti – ma ha tutto quello che serve a un pianeta per essere tale. Per alcuni, come ho detto, è l’unico mondo.

Ci si informa, lì sopra. Il wall è l’autorevolezza: per nonna Tina, che abitava a Vallunga, frazione di Piea d’Asti, era vero “perché l’hanno detto in TV”; per loro è vero “perché è su Facebook”, né più né meno. I siti di fake news, come Il fatto Quotidaino, Skynews24 o Lagazzettadellasera sono eguali alla BBC o a qualunque altro mass-media. Se non hai la percezione della complessità del mondo, tutto è semplice. E se non è semplice, lo riduci tu a semplicità: perché così puoi capirlo facilmente.

Oggi allo straordinario Museo Mimara, a Zagabria, inquadrando una Madonna con bambino di scuola pisana vecchia di oltre 800 anni, l’algoritmo di Zuckerberg mi ha suggerito di taggare i due volti, quello dell’Immacolata e quello di Gesù… Sono scoppiato a ridere. E se la giuria divina dovesse giudicare il ragazzo di White Plains, per questo lo condannerebbe: un misto di eccesso di velocità, iper-semplificazione ai limiti dell’idiozia, e incapacità totale di comprendere il contesto. E i nostri ragazzini gli vanno dietro sulla medesima lunghezza d’onda: il vero problema, per il nostro Paese, composto da una percentuale sempre maggiore di analfabeti funzionali e di ignoranti di ritorno, non è tanto la corruzione, i terremoti, o le violenze sui minori, bensì è l’incapacità di saper distinguere. Per il popolo del web – anzi, per il popolo – ha ragione chi dice cose semplici e che garantiscono di guadagnare con pochissimi punti la patente dell’“avere ragione”.

Concludiamo, facendo un altro piccolo salto indietro nel tempo, fino al 1933: non era colpa mia, era colpa degli Ebrei. E quant’era liberatorio, avere qualcuno a cui dare la colpa. Non dovevi leggere i libri: potervi bruciarli. Oggi per certi versi ci risiamo, non è cambiato nulla. Solo che le norme anti-incendio sono più rigide e non si possono più fare falò in piazza. E allora li fanno sul web, i falò, dove un burino leader movimentista, che fa il saluto fascista e si tuffa nel Tevere gelido perché è un “gesto maschio”, ha lo stesso ascendente di un ricercatore che ha due lauree e tre dottorati. E va bene così, nessuno si stupisce.

Se il livello è questo, allora, importiamo 10 milioni di negri dall’Africa: sono ignoranti, ma almeno lo sappiamo, sia noi che loro. È il Piano Kalergi…? Magari, purtroppo quello era un “fake”. Perché se fosse vero, molto probabilmente, perlomeno, quei 10 milioni prenderebbero senza mezzi termini a schiaffi i propri figli dicendogli: “Tu studia, così non resterai ignorante come una capra come me”. E forse – alla lunga – avremmo un mondo migliore.

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